Abissi

Torna agli Abissi


Il suo ultimo passo risuonò diverso dagli altri, rimbombando nel nero vuoto. Così Tarion della stirpe di Terich, eroe di Algaronia, intuì di trovarsi in un nuovo grande ambiente e suppose di essere giunto alla meta della propria discesa.

Con un solo gesto continuo e fluido ripose la torcia e sfoderò la lunga spada, la cui lama subito si ricoprì di fiamme gialle e sfavillanti. In un istante la loro luce sacrale ricoprì Tarion, mostrando così le sue vesti sgualcite e imbrattate del fango delle grotte, le sue carni muscolose ma piene di tagli, la sua barba incolta e arruffata, la sua testa pelata segnata da rughe di fatica. Poi estrasse anche l’ampio scudo scapezzato e lo legò al braccio.

Erano armi mirabili, forgiate con l’acciaio più resistente e la più potente magia e donategli da Beoral, sapiente fabbro e mago, per quella missione. Le fiamme della spada, ricettacolo del potere divino del Sole, la rendevano capace di tagliare qualsiasi oggetto, materiale o spirituale. Invece, dietro allo scudo rinforzato, erano scritte magiche rune, pronunciando le quali l’utilizzatore poteva lanciare potenti sortilegi.

Forte di quei ferri incantati, Tarion fece per inoltrarsi nella buia alcova, ma subito un mormorio crudele si alzò dall’oscurità e lo avvolse.

«Torna agli abissi e ritorna alla luce
regale prole cosparsa di polve,
torna al veleno chi l’odio conduce,
perenne il cerchio lo abbraccia e dissolve»

Tarion riconobbe i versi dell’antica profezia che lo proclamava come prescelto per snidare il demone che prosperava tra le fondamenta di Algaronia purificandola dal quel male. Il mostro si annidava da qualche parte attorno a lui nella sala e scagliava sguaiate risate. In risposta Tarion, restò fermo in guardia, e pronunciò una sola parola, una breve runa letta sul retro dello scudo.

In un lampo, a quel comando, decine di magiche fiaccole brillarono. Tarion, infatti, aveva strisciato nei giorni precedenti per la fitta rete di cunicoli che circondavano la spelonca per installarle, creando così una trappola magica per il nemico. L’oscurità che pervadeva la sala fu avidamente divorata dal bagliore mistico delle torce, sfilacciandosi con sibili e grida nel vano tentativo di resistere.

Quando tutta la tenebra fu dissolta, calò il silenzio e il guerriero alzò lo sguardo oltre lo scudo. Sotto la bianca cupola segnata da aggressivi chiaroscuri si stagliava una grande figura avvolta da rosse fiamme. Assomigliava a un uomo magrissimo e muscoloso, nudo, con ampie lame di fuoco dietro la schiena, simili ad ali d’aquila.

L’essere ridacchio sonoramente: «Credevi che io fossi solo oscurità? Non sai che il tempo stesso non mi affligge?»

Dopodiché le ali incandescenti del mostro si estesero in tutta la sala e avvolsero Tarion. Questi provò a dimenarsi, ma fu preso, scagliato in alto e poi lasciato sfracellarsi al suolo. Il pavimento si crepò e si aprì, e Tarion cadde in un oscuro burrone, illuminato incostantemente dai movimenti della sua spada di luce e della bestia di fuoco che lo seguì nella caduta. Mentre il soffio dell’avversario gli bruciava la schiena, tentò di aggrapparsi alla parete del pozzo, che però scoprì scivolosa e rivestita di lame di ghiaccio. Dopo che un ulteriore micidiale attacco lo ebbe gettato nuovamente in aria, iniziò a saltare da una punta gelata all’altra, destreggiandosi in una furiosa danza, stretto mortali vortici di fiamme e letali spade di brina che con comandi mentali l’avversario estraeva dalle pareti. Profonde ferite quelle gelide e roventi lame gli infersero nelle carni, ma Tarion, tenace, riprese la guardia e contrattaccò. La sua prodigiosa spada fendeva il ghiaccio e il fuoco di tutte le difese del mostro, dissolvendole in sbuffi d’incenso. Intanto l’eroe gridava con voce cavernosa le rune sul proprio scudo per annientare in colorate esplosioni gli affondi del nemico. Infine vide il demone stagliarsi di fronte a lui, tronfio nel buio. Saltò con la spada levata e trafisse il mostro, tranciandolo a metà e lasciandolo a dissolversi in fumo.

Tarion si appoggiò a una nicchia nella parete, ansimante, credendo la bestia sconfitta. Eppure, dopo poco, un profondo dolore si fece strada in lui, partendo dalle viscere, come un brusio che si leva per poi rivelarsi un frastuono rombante di grida. Infine lo pervase, dandogli la sensazione che le sue carni dovessero scoppiare e la sua pelle staccarsi. Il sangue che colava dalle sue ferite ancora aperte divenne nero e denso come la pece e si allungò in filamenti verso l’alto, andando a ricostruire il corpo del mostro, che assunse le fattezze di un gigante in armatura metallica dai riflessi dorati, aggrappato alle pareti del burrone con viscidi tentacoli.

«Ancora non capisci che non puoi annientarmi?» proclamò il demone, con tono derisorio. «Io mi annido anche dentro di te, nel tuo sangue, nella tua stirpe. Perché altro credi di essere il prescelto? L’ultimo della regale stirpe di Terich, il cui sangue io creai. Stirpe di re, cioè stirpe di oppressori, signori di terre, padroni di popoli. E dopo la loro caduta? Esuli e crudeli briganti che lasciano che i racconti ricamino sui loro soprusi gesta mirabili. Il mio male si annida in te, e in tutti i mortali.»

Tarion non aveva intenzione di sottostare agli insulti del nemico. La fierezza gli infiammò lo sguardo mentre si rialzava.

Non fece in tempo però a riprendere l’attacco perché il terreno gli mancò sotto i piedi. Infatti i suoi passi furono avvolti da un vortice di luce violacea, un portale magico governato con vistosi gesti dal mostro. Tarion ne fu risucchiato, la vista gli si annebbiò e poté soltanto sentire la voce dell’avversario mormorare: «Algaronia è corrotta. Come la purificherai se non puoi purificare te stesso?»

Subito dopo il guerriero si ritrovò in un ampio salone dalle pareti istoriate, popolato da una variegata folla in appariscenti abiti amaranto e bianchi. Tutti si fermarono e si voltarono, sconvolti per l’apparizione. Alcuni uomini dal volto coperto da pallide maschere di cera lasciarono un altare sovrastato da un velo ceruleo e si avvicinarono cautamente al nuovo arrivato. Tarion si guardò rapidamente intorno e subito comprese in che luogo si trovasse dai caratteristici colori, dalla sfarzosa simbologia floreale che decorava le pareti, dall’odore di alloro e zolfo che pervadeva la stanza. Era in un tempio di Xurich, in cui venivano officiati riti talvolta cruenti dedicati divinità ctonie. E, nella mente di Tarion, si trattava di uno dei luoghi in cui in maniera più dirompente il male del suo avversario si era infiltrato.

Il suo volto si contrasse in un’espressione di disgusto, mentre, con i muscoli gonfi per la rabbia, sollevava la spada e caricava gli individui mascherati. A nulla valse, il bagliore di un pugnale già insanguinato che alcuni di loro tenevano in mano. Ma con loro non si esaurì la furia del guerriero, convinto di dover eradicare il loro culto eretico che il nemico gli aveva posto attorno forse come subdolo attacco. Molti sguainarono spade e stocchi, ma lo scontro era impari e la lama incantata di Tarion falciò le loro membra come spighe di grano maturo. Quando si fermò, lo spargimento di sangue era tale da sembrare una continuazione dei rossi drappi che pendevano dalle pareti.

L’erede di Terich udì passi metallici alle proprie spalle e si voltò di scatto, tenendo alta guardia. Il suo nemico era apparso nella stanza e si stava alzando dopo aver raccolto qualcosa da terra. Fissò il guerriero, con un ghigno dietro l’elmo, e gli mostrò l’oggetto. Era una testa, piccola, senza peli sulla faccia contratta per l’eternità in un’espressione di terrore. La gigantesca figura in armatura sibilò: «Un bambino, Tarion. Sarebbe potuto diventare chiunque. O era anche lui un germe del male nella tua terra? O quel male sei forse tu?»

Poi il mostro tornò a fare ampi gesti circolari con le braccia e immediatamente Tarion percepì alle proprie spalle il risucchio di un nuovo magico portale, a cui non avrebbe potuto resistere pur con tutta la sua forza. Ma rapido lesse l’ultima runa sullo scudo, il cui bordo si illuminò d’azzurro. Beoral gli aveva insegnato infatti che quella scritta codificava un incantesimo per bandire le potenze mistiche, un sortilegio che avrebbe spezzato i vincoli che legavano il demone alla realtà di Algaronia e lo avrebbero trascinato via. Infatti la figura del mostro si deformò in una massa apparentemente liquida, poi divenne fumo nero e spiraleggiò, avvinghiato a Tarion, oltre il portale.

Giunto dall’altro lato, il combattente si ritrovò riverso su un prato verde. «Stolto!» stava gridando il suo nemico. «Mi hai strappato al mio dominio solo per portarmi nella tua terra dove il mio potere può ancora diffondersi.»

Tarion si alzò, pronto ad affrontare il proprio nemico per l’eternità, se necessario. Lo trovò, di nuovo nella sua forma fiammeggiante, ma ingrandita tanto da ricoprire il cielo, mentre si scagliava al suolo in un poderoso attacco. All’ultimo momento rotolò di lato per evitarlo, ma l’assalto non era diretto a lui, bensì a una palizzata di legno alle sue spalle. Udendo grida di terrore e dolore oltre la protezione incenerita, Tarion corse oltre essa, districandosi tra frotte di guardie in armi rudimentali che venivano spazzate via a manciate dai continui attacchi del mostro. Si trovò in un minuscolo villaggio dalle architetture assai antiche e, pur nella confusione, notò che alcuni scudi e palazzi mostravano in forma stilizzata le insegne di Terich, sicché suppose che il suo nemico lo avesse condotto nel passato, agli albori della sua stirpe. Sollecitato dagli attacchi del mostro che cadevano devastanti come una pioggia di meteore, radunò donne, bambini e anziani del posto nel palazzo che sembrava il più resistente. Voleva infatti più di ogni cosa proteggere la propria gente. Poi si voltò per sfidare una volta per tutte l’avversario.

«Grazie», gridò quello. «di averli radunati per rendermi comodo arrostirli»

Allargò le immense ali e da lui si produsse un vento rovente che scoperchiò l’edificio che riparava i cittadini. D’istinto Tarion lesse una runa che gli permise di correre nell’aria e caricare il demone. Lo trafisse con un solo fendente, lo abbatté e insieme precipitarono, mentre dalla ferita nel suo petto il mostro si dissolveva in fumo d’incenso. Eppure rideva ancora: «Guarda, Tarion, il tuo ultimo fallimento! Sei stato così legato al tuo popolo da condannarlo.»

Solo allora il guerriero notò che se il nemico si era lasciato affondare senza colpo ferire era solo perché dalle sue mani partivano disgustosi fili neri che andavano a conficcarsi nei petti degli abitanti radunati nel palazzo ormai divelto. Tarion lasciò cadere le armi sconvolto. Tutti infatti stavano morendo orribilmente, vomitando sangue verdastro, coperti di pustole e bubboni, afflitti dalla più letale delle malattie.

Mentre il sole calava, Tarion trovò un solo sopravvissuto tra le macerie: un bambino in fasce, misteriosamente non infettato dal nemico. Le sue vesti riportavano il nome Terich, quello del suo capostipite. Decise quindi che lo avrebbe cresciuto, che lo avrebbe reso, come la storia narra, il primo principe di Algaronia. Era deciso a ricordare il male che aveva causato e che era dentro di lui, e sperava, forse invano, che nel passare delle ere del nuovo mondo di fronte a lui, la consapevolezza avrebbe allontanato quell’aberrazione. Quello che tuttavia non notò fu un rivolo di un fluido simile a pece che, come senziente, si gettava nel ruscello a valle e colava in una dolina.