Speculazione

La Speculazione della Veggente

Alla conclusione di un insonne ciclo osservativo, della durata di un intero giorno gammatico argoniano, mi trovo a spendere gli ultimi momenti che trascorro sulla stazione osservativa orbitale per trascrivere i risultati delle mie ricerche nella presente, redatta, secondo l’usanza, nella forma di una missiva all’attenzione del Magnifico Rettore della Società Imperiale di Sidereoveggenza, Immortale Signore della Conoscenza e Patrono delle Stelle.

Non possono mentire le immagini che per così tante ore si sono affastellate sugli schermi fluttuanti della mia cabina, non possono essere falsi i segnali
che l’Immane Occhio di Cristallo riceve dal cosmo. Il mio cuore batteva come gli antichi tamburi di guerra Gamoji, volteggiava nel petto per lo stupore come una danzatrice di smeraldo sulle spiagge di Estalon; i miei occhi si riempivano di lacrime di commozione vedendo le brillanti immagini formarsi. Io, prima senziente nella storia della Galassia, ho osservato una stella sfuggire dall’Universo.

Come sicuramente è noto a Sua Magnificenza, l’ambito dei miei studi è l’Abujiira, nella lingua dei Padri, “l’allontanamento”, “il distacco”, ovvero l’immensa, inesorabile estensione delle distanze tra tutti i corpi. Di conseguenza richiesi ai ministri di Sua Magnificenza l’utilizzo dell’Occhio Cristallino per svolgere alcune osservazioni sulle stelle di confine, ovvero quegli astri che si trovano in prossimità dei bordi dell’Universo osservabile. Fin dall’antichità è nota la correlazione tra l’Abujiira e i limiti del cosmo: se tutte le distanze tra un corpo e l’altro aumentano, e se, come pare confermato da molte osservazioni (lo Scandagliamento di Agor Weilth, per esempio), tale allontanamento è tanto più rapido quanto più la distanza tra due oggetti è grande, se d’altra parte la nostra osservazione si può spingere fino a profondità cosmiche non maggiori di quelle concesse dalla finitezza della velocità della luce, allora ogni oggetto è destinato a sfuggire dalla nostra vista. In altre parole ogni corpo celeste si allontana da noi, ma la luce emessa da ogni stella impiega per giungere fino a noi e poter essere osservata un tempo proporzionale alla sua distanza, quindi non potremo mai vedere quelle per le quali tale periodo è superiore all’età del cosmo. La velocità con cui le stelle più distanti si separano dal punto di osservazione è maggiore della velocità della luce, quindi queste dovrebbero sfuggire dall’Universo osservabile, dovrebbero essere divorate dall’oscurità, soprattutto se situate in prossimità del suo confine, il Margine Cosmico. Si dovrebbe poter vedere la loro luce roteare nell’oscurità e la loro fiamma sperdersi nel vuoto oltre l’esistenza, nell’oblio.

Ecco cosa osservai in questa notte epocale, dalla mia orbita planetostazionaria attorno ad Argonia. Per un intero ciclo del pianeta tenni l’Occhio Cristallino della stazione osservativa puntato in direzione radiale così da esplorare ogni possibile regione dello spazio attorno a me. L’Occhio di Argonia ha una risoluzione tale da poter distinguere stelle doppie che si trovino a una distanza di fino a seicentomila cubiti cosmici ed è quindi capace di discernere tra loro almeno parzialmente i singoli astri delle più remote galassie. I calcolatori della stazione erano impostati, tramite una formula computalchemica di mia ideazione, scritta in precedenza e riportata nell’allegato primo della presente, per selezionare dalle immagini i quadranti relativi al Margine Cosmico.

Diedi inizio alle osservazioni non appena mi fui stanziata sulla stazione. Prima di azionare l’Occhio mi occorse solo il tempo necessario a scendere dalla scialuppa con la valigetta sotto braccio, percorrere il lungo e ricurvo corridoio dalle pareti plastiche ben illuminato dalle frequenti luci bianche e azzurre, giungere infine nell’ampio studio corredato di scrivania, grande finestra convertibile in schermo e branda e accasciare le mie ormai anziane e stanche membra sulla poltrona ergonomica. Non dovetti attendere più che la trentina di minuti necessari a prepararmi un chimarrao rinvigorente, che il proiettore installato nella scrivania cominciò con un sottilissimo ronzio a visualizzare, creando uno schermo fluttuante per ciascuna, le immagini ottenute dalla stazione osservativa. La branda fu inutile: non potei chiudere occhio per tutta la durata delle osservazioni, poiché troppo era l’entusiasmo nel fissare quelle visioni di spazi lontani che la stazione riproduceva. Senza sosta nuovi schermi fluttuanti facevano capolino sulla scrivania e mostravano inesplorate regioni del cielo notturno, nuove o note stelle remote, esotici messaggi direttamente dal Margine Cosmico. Le figure relative agli eventi salienti sono riportate nell’allegato secondo della presente. Ora, dopo averle analizzate attentamente quelle immagini, posso affermare senza ombra di dubbio di aver visto di persona ben quindici singole stelle uscire dall’Universo osservabile.

Per tutto il ciclo, con gli occhi strabuzzati dallo stupore osservavo gli astri andarsene, svanire silenziosamente. Non bisogna immaginare uno scoppio o un’esplosione, un evento che producesse qualche clamore: semplicemente un attimo prima erano sullo schermo, quello successivo erano scomparse. Bisogna tuttavia avere in mente il profondissimo significato di un tale evento. Le stelle vorticano un poco ed escono dall’Universo osservabile, da quella parte di spazio che possiamo vedere, su cui possiamo agire e che può agire su di noi. Oltrepassano un limite ultimo, perentorio ed insindacabile, un punto di non ritorno. Di fatto evadono la nostra realtà. Potremmo infatti dire che esistono ancora se non possiamo più confermare la loro esistenza, se non potremo mai più guardarle, se nulla di nostro può avere effetti su loro e viceversa? Chi potrebbe dire che sono mai esistite se non i Veggenti che le osservarono e dove altro hanno corpo se non nei ricordi di costoro? Esse sperimentano l’estremo distacco, l’ultimo abbandono, che non è un mero dato meccanicistico di allontanamento causato dai moti distensivi della Pelle del Mondo, o meglio né io, né la Vostra Magnificenza, né la comunità tutta dei sidereoveggenti possiamo interpretarlo in tutta coscienza scientifica come un semplice spostamento materiale, se vogliamo perseguire il nostro naturale scopo di cercare spiegazioni oltre alla descrizione della realtà. Oggi ho visto le stelle, i grandi fari che illuminano il buio cosmico, quelle che sono da millenni per l’umanità le maggiori certezze contro i terrori della notte, svanire dolcemente nel vuoto, nell’oblio, senza rumore, senza un solo fremito. Hanno raggiunto il grande nulla e non sono più. Tanti millenni passati dai senzienti a contemplare intimoriti la spaventosa maestosità del cielo notturno e ora si confermano i timori che già furono proposti da Sua Magnificenza, cioè che ai confini di esso esista un nulla ancora più profondo, che quello che finora abbiamo conosciuto come vuoto è in realtà pieno.

Riporto ora le verità che dedussi da quelle osservazioni, come Sua Magnificenza mi chiede. Esse confermano quanto la Sua purissima mente già sapeva e quanto la Sua abilissima mano riportò nel Carme Siderale. Il Margine Cosmico è una fascia più larga di quanto i Veggenti del passato si aspettassero, le stelle in realtà vengono strappate al cosmo prima di aver raggiunto effettivamente il confine dell’Universo osservabile. Io stessa vidi le stelle ghermite da una colossale mano di pura ombra e trascinate nel nulla. Potevo quasi vedere l’origine di quell’arto, che mi è nota dal Carme Siderale. In quel testo è scritto cosa di dimora nel Margine Cosmico: i Titani, i reietti tra gli dei, coloro che non riuscirono come i loro fratelli a forgiare i pianeti, accomunati nel destino a coloro che si macchiarono di crimini contro il resto della stirpe divina e a coloro i cui nomi la trascuratezza dei senzienti smise si nutrire e condannò all’oblio. Persino gli dei, forgiatori di mondi si sono scordati di loro. Sono creature di ombra che vestono elmi ed armature di buio. Ed ora che abbiamo visto le stelle volteggiare e cadere al di là della notte sappiamo cosa accade nel Margine Cosmico, a cosa servono quegli elmi e quelle armature: alla grande eterna battaglia che i Titani combattono senza sosta. La nostra scienza ci permette di intravederli nascosti in frammenti d’immagine sugli schermi fluttuanti: formano due schieramenti, immensi temibili, sollevano gli antichi vessilli sgualciti, alzano i possenti scudi quasi infranti. Da un lato si ergono in ordinata schiera tutti simili, caschi senza pennacchio che un tempo furono forse argentei, di temprato acciaio, ma oggi, nelle ombre ai confini del cosmo sono neri come pece, oscurati dalle fiamme del tempo e della lotta. Questa è l’ordinata schiera del Signore dell’Oblio, gigante dalle orride fattezze in testa all’armata, alto il doppio dei compagni, svettante con il suo grigio volto bitorzoluto e pustoloso. Dietro a lui si estende a perdita d’occhio l’esercito, la miriade infinita dei tondi elmetti sospesi sopra una distesa omogenea di robusti e corpulenti soldati dei quali uno ogni cinque regge un nero stendardo strappato. Dall’altro lato s’avanza caotica, si affastella convettiva, si rimescolano le schiere dell’Angelo Ancestrale. In questa, figure più slanciate e diversificate, distanti nell’apparenza ma unite nella lotta: alcune volano con ali piumate intrise di nero icore, altre strisciano in forma di serpenti squamosi, si sollevano e si riabbattono a terra, altre hanno fattezze umanoidi e corrono più veloci del lampo e del pensiero. Nonostante il continuo, frenetico ribollire l’armata dell’Angelo mantiene stabili i propri confini e deve apparire nell’ombra profondissima ed eterna come un’oscura, lucente, viscida melma gelatinosa con bolle che scoppiano e si ricompongono al centro, vincolata tuttavia ai bordi come l’iridescente plastopelle all’orlo del tamburo optoquantico. Così le due schiere sono ferme l’una di fronte all’altra, perse nelle terre dell’oblio al Margine Cosmico, così sono in tensione pronte all’attacco, e quando suonano i silenti corni di guerra tutta l’aria trema ma non s’odono rumori assorbiti dall’impregnante buio.

L’attacco comincia. Una schiera si lancia all’assalto feroce, furiosa, famelica contro l’altra quando sopra gli eserciti si vede passare fulminea volando la luce che s’affievolisce d’un astro che abbandona il reale sfiorando appena il confine dell’Universo osservabile. In quell’istante i dati raccolti lasciano spazio all’interpretazione della battaglia pericosmica. Al tremore indotto dai corni, al percussivo rimbombo dei passi pesanti dei Titani in furibonda carica gli uni contro gli altri, la stella che abbandona la causalità del nostro cosmo viene divorata dall’ombra onnipresente, ma allo stesso tempo, dal canto suo, la rischiara appena. Ed è ragionevole dedurre quanto il frammento minuscolo di luce così generato infervori gli animi dei reietti divini, giacché quel quasi invisibile stralcio di luce riporta loro la memoria del mondo, del fatto che esista un Universo (il nostro) che la loro ombra continua a divorare, il ricordo cioè di quanto avrebbero potuto essere se l’oblio non li avesse colti. Per questo tremendi si gettano nella mischia, infatti sono forse esiliati, ma conservano per natura la tenacia e la potenza degli dei. Mossi dall’ira che soverchia ogni cosa, la mano d’uno, come possiamo osservare, afferra in volo l’astro in fuga poco prima che il buio e l’oblio tutto l’avvolgano e nello stesso gesto lo stringe possente e ne fa l’ultimo atto di essere proiettile scagliato contro la schiera nemica. Così gli astri abbandonano la realtà in esplosioni informi, filamentose, rilucenti appena d’oro e d’argento; il plasma rovina, si sfracella e si sfalda sulle titaniche armate o contro il campo del Margine Cosmico e si deforma per la potenza dello schianto in bolle e schizzi che luccicano un poco di giallo e rosso idrogeno incandescente e poi sfioriscono nel grigio e nell’onnipresente nero.

Ecco esposta all’attenzione di Sua Magnificenza e del consiglio tutto dell’Accademia di Sidereoveggenza e con il supporto delle osservazioni allegate la modalità con cui la materia incontra il Margine Cosmico.

Si annota infine, in favore di chi non ha lo studio dei bordi dell’Universo osservabile come ambito principale, che il relativismo delle osservazioni viene comunque mantenuto. Infatti evidentemente bisogna considerare il fatto che, quando una stella abbandona il cosmo, lo fa solo dal nostro punto di vista, solo relativamente alla nostra particolare posizione nello spazio, e rompe, come si è detto, la causalità con noi, ma non con ogni punto dell’universo. Per proporre un esempio estremo, dal punto di vista di un osservatore sulla stella che noi vediamo sfuggire dall’Universo osservabile, siamo noi piuttosto ad incontrare il Margine Cosmico e quindi a subire il processo che ho descritto, in definitiva a prendere parte nostro malgrado e per la nostra distruzione all’eterna, ruggente battaglia tra i Titani. Per non appesantire la trattazione mi limiterò a far notare che il processo descritto riguarda appunto la distruzione dei legami di causalità e va inteso in senso ontologico, non consequenziale allo stato fisico e materiale della stella. Non per nulla si parla di caduta nell’oblio e distacco dalla realtà piuttosto che di distruzione.

In conclusione rimane però da chiedersi quando avvenga la battaglia cosmica tra le titaniche schiere, quale sia la struttura temporale di questo evento. Grazie alle osservazioni da me compiute mi sono formata l’idea, per consistenza con la teoria già esposta, che il campo del Margine Cosmico abbia una struttura quadridimensionale analoga a quella di un generico Proiettore Oloastrale. Il campo del Margine Cosmico dove avviene il confronto, dove le stelle raggiungono l’oblio, è quindi all’esterno e al di sopra del tempo consequenziale entropico che sperimentiamo ogni giorno. Risulta così che gli estremi dell’Universo appaiono, al pari del suo inizio, come una sorta di Globo Oscurante, che assorbe ogni cosa gli sia vicina e da cui nulla, nemmeno la luce, può uscire. D’altronde la connessione con la nascita del cosmo è evidente in quanto gli oggetti osservati più in prossimità del suo bordo sono anche i più antichi. Il campo di battaglia dei Titani è quindi la striscia su cui principio e fine del cosmo si incollano e lo scontro non è distruzione ma palingenesi. Se anche essi furono reietti e dimenticati, continuano a lottare per l’ordine e per il caos, per l’imposizione d’un antico vessillo e per il libero moto dei diversi individui. La loro eterna lotta tiene in equilibrio il mondo che altrimenti si riavvolgerebbe su sé stesso collassando, secondo la Legge di Ravalor-Krell. La loro eterna ricerca di luce strappata naturalmente all’Universo, rubata appena in tempo e usata come arma in quella battaglia è ciò che impedisce all’ombra di travalicare i confini e di divorare tutto il Cosmo. E similmente, se Sua Magnificenza e il Consiglio ascolteranno e diffonderanno queste mie osservazioni future indagini riguardanti i primi attimi del mondo potranno confermare questa connessione, potranno chiarire che la guerra tra le titaniche schiere si alimenta dall’oblio, ma alimentò altresì ogni ente creato nel continuo ciclo di automiglioramento cosmico già teorizzato da Maglan Koh.

Ora, sperando che il progresso scientifico di questa mia analisi, porti gioia al cuore e illuminazione alla mente di Sua Magnificenza, la Veggente s’inabisserà.